Figli per sempre. Quello che il diritto (e la Bibbia) dicono sull'adozione
- Edoardo Taliento
- 19 giu
- Tempo di lettura: 6 min

Qualche tempo fa ero in visita a una chiesa della mia città.
Stavo ascoltando con attenzione quando, a un certo punto, una persona ha fatto un'affermazione con assoluta sicurezza: "Se sei figlio, sei figlio. Non è che un giorno sei figlio e quello dopo no".
Lì per lì sembra una di quelle frasi inattaccabili, una di quelle verità confortanti che mettono in pace il cuore. C'è solo un piccolo, ma fondamentale, problema di fondo: nella Bibbia noi non siamo figli biologici di Dio. Siamo figli adottivi e questo cambia letteralmente ogni cosa.
Figli biologici e figli adottivi
Un figlio biologico rimane tale a prescindere dal suo comportamento: la genetica non si cancella, nemmeno volendo, ma lo status di figlio adottivo, a differenza di quello che si pensa comunemente, ha delle condizioni.
Paolo lo scrive senza ambiguità: noi abbiamo ricevuto "lo Spirito di adozione, per il quale gridiamo: “Abbà! Padre!”" (Romani 8:15).
In virtù di questo, ho voluto cercare informazioni sull'ordinamento giuridico italiano relativo all’adozione, in particolare quella di persone adulte o in casi speciali, e ho scoperto che il diritto civile e la teologia convergono in un modo impressionante.
La revoca dell’adozione
Nella legge, la revoca dell'adozione non scatta per litigi quotidiani, incomprensioni o mancanze lievi, ma a seguito di fatti gravissimi e specifici, descritti nel codice.
In ambito teologico la dinamica è identica: non perdiamo lo status di figli di Dio per le nostre fragilità umane o per gli scivoloni di ogni giorno. Prendiamo i credenti di Corinto, essi, pur essendo già stati dichiarati santi, vengono descritti da Paolo come "carnali", come "bambini in Cristo" (1 Corinzi 3:1-3), ma non per questo smettono di essere figli. Dio stesso ci tratta da figli proprio attraverso la correzione, "perché il Signore corregge quelli che egli ama" (Ebrei 12:6).
La revoca dell’adozione, sempre secondo la legge, avviene solo attraverso un atto grave, deliberato e pienamente consapevole, quello che lo scrittore di Ebrei 10 descrive con parole pesantissime:
"Se continuiamo a peccare deliberatamente anche dopo aver ricevuto la conoscenza della verità, non rimane più alcun sacrificio che possa togliere i peccati" (Ebrei 10:26)
Questo versetto non parla di un peccato isolato, di una caduta, di un momento di debolezza, di una tentazione a cui si è ceduto e di cui poi ci si pente; sta parlando di tornare a vivere nel peccato continuamente e volontariamente: una scelta deliberata, persistente, una scelta che porta a voltare le spalle a Cristo dopo averlo conosciuto, senza alcun desiderio di tornare indietro.
È importante però essere chiari su una questione, perché è facile leggere Ebrei 10 e spaventarsi al pensiero di aver "perso tutto" per un peccato in cui si è ricaduti: non è di questo che parla il testo. Se inciampiamo, se cadiamo, il sacrificio di Cristo copre i nostri peccati passati e presenti, e se chiediamo perdono pentendoci sinceramente lo Spirito Santo ci rialza e ci fa camminare di nuovo nella luce. Non è nella natura di un vero figlio continuare a peccare senza che nulla, dentro di lui, ne provi il risentimento.
L'attentato alla vita
La legge italiana prevede la perdita dello status di figlio se l'adottato attenta alla vita dell'adottante o della sua famiglia. Spiritualmente, potremmo definirlo il rifiuto radicale di Dio, l'apostasia.
Ebrei 10:29 lo descrive così: "Di quale peggior castigo, a vostro parere, sarà giudicato degno colui che avrà calpestato il Figlio di Dio, che avrà considerato profano il sangue del patto con il quale è stato santificato e avrà disprezzato lo Spirito della grazia?"
Il testo dice in maniera chiara ed inequivocabile che questa persona "è stata santificata" dal sangue del patto. Era dentro, apparteneva alla famiglia Dio, ma poi ha calpestato, disprezzato, considerato profano quel sangue. Rinnegare il Creatore significa, di fatto, spegnere la vita divina nella propria anima.
Una scelta nostra, non un Suo capriccio
Nel diritto, la revoca è sempre innescata dal comportamento colpevole e volontario dell'adottato. Il genitore non può semplicemente stancarsi del figlio e annullare l'adozione.
Allo stesso modo, l'adozione divina non viene mai ritirata arbitrariamente da Dio Padre. La perdita dello status è sempre la conseguenza diretta del nostro libero arbitrio: è il figlio adottivo che sceglie consapevolmente di autoescludersi dalla famiglia.
Per questo la Scrittura insiste tanto sulla perseveranza nella santificazione. Non perché la salvezza si guadagni con le opere (sarebbe legalismo, ed è altrettanto un errore), ma perché la vera fede salvifica è una fede che persevera ( cfr. Ebrei 12:14). Non è un optional per credenti più zelanti, è l’evidenza che l'adozione è reale ed ancora in corso.
Perché questo conta (e perché l'iper-grazia sbaglia)
C'è un insegnamento piuttosto diffuso, la cosiddetta "iper-grazia": l'idea che, una volta salvati, il nostro comportamento non abbia più alcuna rilevanza per il nostro rapporto con Dio, che lo Spirito Santo non convinca più i credenti di peccato, che la disciplina di Dio verso i suoi figli sia quasi un controsenso. La frase con cui ho aperto questo articolo, "se sei figlio, sei figlio", è uno dei suoi slogan più diffusi (e pericolosi).
Il problema è che questa teologia trasforma una relazione viva, fondata sull'amore e sul rispetto della Deità, in una sorta di contratto irrevocabile che ci deresponsabilizza. E nel farlo, deve ignorare interi capitoli della Scrittura: Ebrei 10 e 12, gli avvertimenti di Paolo ai Galati ("siete scaduti dalla grazia", Galati 5:4), l'esempio di Esaù che vendette la primogenitura e non riuscì più a riottenerla "sebbene la richiedesse con lacrime" (Ebrei 12:17), il popolo di Dio nel deserto che, pur essendo passato per le acque figura del battesimo non entrò nella Terra Promessa (1 Corinzi 10:1-5).
Essere figli adottivi di Dio è un privilegio immenso, un dono che ci è stato fatto per pura grazia, non per merito nostro, e proprio perché è un dono e non un automatismo biologico, va custodito. Siamo stati scelti, ma siamo anche chiamati a continuare a scegliere, ogni giorno, Colui che ci ha accolti.
L'obiezione dell'anticO DIRITTO RomaNO
A questo punto, qualcuno potrebbe sollevare un'obiezione storicamente molto pertinente: "Quando l'apostolo Paolo parla di adozione, non pensava al diritto civile moderno, ma al diritto romano del I secolo, che prevedeva che l'adozione era un patto solenne, persino più forte di quello biologico e praticamente irrevocabile".
È vero! Sotto l'antica patria potestas, un padre non poteva semplicemente sbarazzarsi di un figlio adottivo per un capriccio temporaneo: il legame era estremamente tutelato, ma c'è un dettaglio cruciale: cosa succedeva se era il figlio a rifiutare quel legame? Il diritto romano aveva una risposta precisa anche per questo e veniva chiamata emancipatio (emancipazione).
Se un figlio adottivo voleva recidere il legame familiare per diventare autonomo o perché rinnegava la famiglia, il padre non poteva costringerlo a rimanere presso di sé. Attraverso una procedura legale formale, quindi, il padre rinunciava volontariamente alla sua autorità, rendendo il figlio libero e indipendente, escludendolo, però, di fatto, dalla famiglia e dall'eredità.
Dio si comporta allo stesso modo, Egli non annulla l'adozione per un Suo scatto d'ira o per i nostri piccoli fallimenti quotidiani, ma se noi (con una ribellione persistente o voltandogli apertamente le spalle) reclamiamo l'indipendenza spirituale, il Padre rispetta la nostra scelta. Ci emancipa, ci lascia andare, esattamente come fa il padre della parabola con il Figlio Prodigo quando quest'ultimo pretende la sua parte di eredità per andarsene lontano.
In definitiva, l'adozione divina, anche letta con le lenti del rigido diritto romano, non è mai stata un vincolo o un destino genetico inalterabile, ma un'alleanza viva che richiede la nostra volontaria e decisa adesione.
La certezza che ci resta
Detto tutto questo, non vorrei che da questo articolo restasse addosso solo un senso di allarme: non è questo lo scopo, e non è nemmeno lo spirito con cui la Bibbia stessa tratta l'argomento.
C'è una differenza enorme tra la riprensione d'amore che il Padre rivolge a un figlio che ama, e l'apostasia volontaria e persistente di chi gli volta le spalle senza alcun rimpianto. La prima è, paradossalmente, una conferma che siamo figli: "il Signore corregge quelli che egli ama" (Ebrei 12:6). Se sentiamo quella voce, quel disagio nel cuore quando sbagliamo, quel desiderio di tornare, è perché lo Spirito che abita in noi non ci ha abbandonati.
Quindi, la nostra sicurezza, quella vera, non è nello slogan "una volta figlio, sempre figlio" a prescindere da tutto, ma è in qualcosa di più solido: nonostante i nostri errori e e le nostre mancanze, possiamo sempre tornare al Padre, e trovare grazia.
"Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità" (1 Giovanni 1:9)
Non c'è limite a quante volte possiamo tornare, finché desideriamo davvero tornare.
Ed è proprio qui che l'iper-grazia, paradossalmente, finisce per fare un danno irreparabile: dicendoci che il nostro cammino non ha più bisogno di vigilanza, rischia di farci scivolare fuori dalla presenza di Dio senza che ce ne accorgiamo, fino a ritrovarci tra coloro a cui un giorno verrà detto: "non vi ho mai conosciuti", in quel luogo che Gesù stesso descrive come caratterizzato da “pianto e stridor di denti” (Matteo 7:23; 8:12).
La vera sicurezza cristiana non è l'indifferenza verso il peccato o l’arroganza di chi pretende qualcosa che non ha capito davvero, ma la fiducia che, ogni volta che bussiamo alla porta del Padre con un cuore sincero, troviamo un Papà che corre incontro a noi, prima ancora che finiamo di chiedere perdono.
Se vuoi approfondire l'argomento, puoi guardare le lezioni di b.School sulla santificazione

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